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La Letteratura Concentrazionaria Stampa
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Lunedì 01 Aprile 2019 21:10

Conferenza della dott.ssa Elena Rondena (Università Cattolica di Milano)
Scuola secondaria di primo grado "U.Foscolo", aula magna 07 febbraio 2019

La Letteratura ConcentrazionariaIl giorno 7 febbraio, in occasione della Giornata della Memoria, da poco passata, noi alunni di tutte le terze abbiamo partecipato alla lezione sulla letteratura concentrazionaria tenuta dalla professoressa Rondena, autrice del libro "La letteratura concentrazionaria opere di autori italiani deportati sotto il nazifascismo". L'evento rientra nel progetto Biblioteca della Scuola Secondaria.

La professoressa Rondena ha affrontato in modo molto chiaro questo argomento, partendo dalle testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento, riportate in vari testi che vanno a formare la letteratura concentrazionaria.

Il termine "concentrazionaria", coniato per la prima volta dallo scrittore David Rousset, si riferisce alle opere scritte dai sopravvissuti ai campi di concentramento che narrano la loro triste esperienza. Le caratteristiche principali sono:

  • chi scrive: autori, narratori, persone che nonostante abbiano un segno nell'anima, hanno la voglia di continuare a vivere raccontando la loro esperienza sottoforma di racconti, lettere, autobiografia, poesie, ecc.
  • le fasi dello scrivere sui lager e le tematiche: in tutti i testi ritornano sempre gli stessi temi ( l'arresto, il carcere, il viaggio in treno, l'arrivo al campo e la vita nel campo) a dimostrazione del fatto che a tutte le persone accaddero le stesse cose.

Guido Cava, attualmente presidente emerito della comunità ebraica di Pisa in una recente intervista ha dichiarato: "senza storia non c'è memoria... le scuole e le università devono fare testimonianza per evitare che certi orrori si ripetano". La sua storia, insieme a quella di Liliana Segre, Lia Levi e Tullio Foà è stata raccontata in esclusiva nella docu-fiction dal titolo "Figli del destino" che ricostruisce le storie di quattro bambini italiani ebrei, vittime dell'orrore e della vergogna delle leggi razziali. Un racconto della memoria, intrecciato
con le emozionanti interviste dei quattro protagonisti. Guido Cava nel 1938 a soli otto anni non può più andare a scuola. Il motivo? E' ebreo. "Nel settembre del 1938 avevo 8 anni e un giorno mio padre si presentò a casa e disse a me e mio fratello Enrico che dall'indomani non saremmo più potuti andare a scuola" racconta l'uomo.

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Gli ebrei, dopo essere stati arrestati, venivano portati nelle stazioni. Una delle più importanti era quella di Milano, dove dal binario 21 partivano i treni per i campi di concentramento.



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Alba Valech
racconta il momento dell'arresto nel suo libro "A24020", il numero con cui veniva identificata nel campo.




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Il passaggio nel carcere è stato riportato da Liliana Segre, nominata nel 2018 senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, nel suo libro "Sopravvissuta ad Auschiwitz". Liliana Segre è entrata nel capo a tredici anni, ma si è salvata perché essendo più alta, è stata scambiata per una ragazza di quindici anni.


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Elisa Springer
nel "Il silenzio dei vivi", parla del lungo viaggio in treno. I viaggi duravano cinque/sei giorni, senza la possibilità di bere e di mangiare. Se erano fortunati, quando passavano in zone fredde, molte volte si formava la brina sul tetto del treno. Attraverso una piccola feritoia, i deportati cercavano di prenderne un pò per togliersi quell'enorme senso di sete.

Appena arrivati ai campi, i prigionieri erano sfiniti, ma prima dovevano superare il controllo dei medici (tra cui il più tremendo, è stato Mendel), i quali decidevano il percorso che avrebbero dovuto proseguire. Le persone anziane, le donne in gravidanza, coloro che erano stanchi a causa del viaggio e chi aveva fino ai 13 anni di età, andavano direttamente ai gas.

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La vita nei campi era dura. Si svolgeva l'appello più volte al giorno e se qualcuno non rispondeva, dieci persone venivano uccise (testimoniato da Teresa Noce nel libro "Ma domani sarà giorno").


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C'è anche chi è riuscito a scrivere nel lager, come Paolo Liggeri "Triangolo rosso. Dalle carceri di San Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen, Dachau. Marzo 1944 - maggio 1945".


L'inferno dall'interno è stato raccontato anche da Aldo Carpi, pittore milanese, arrestato dai fascisti la mattina del 23 gennaio del 1944 a Mondonico, un piccolo paese della Brianza, dove era sfollato, con la moglie Maria e i sei figli.
Insegnante all'Accademia di Brera al momento dell'arresto, avvenuto su delazione di un collega, aveva 57 anni. Avvisato dell'arrivo dei fascisti avrebbe potuto facilmente salvarsi, ma anzichè fuggire prese la strada di casa, nella speranza, consegnandosi alla cattura, di salvare i figli, che riteneva fossero nell'abitazione. Nessuno di loro, tutti già attivi nella Resistenza, era in casa. Avvisati da contadini, poterono mettersi in salvo. Carpi invece fu portato a san Vittore e successivamente deportato a Mauthausen e, infine, a Gusen, che ne era una specie di sottosezione, dove scrisse su foglietti con scrittura minuscola, uno sconvolgente diario, dal titolo "Il diario di Gusen".La Letteratura Concentrazionaria


Aldo Carpi, messo prima a lavorare nelle cave, a caricare blocchi di pietre su un treno, sarebbe sicuramente morto se non fosse stato per il suo talento di pittore, scoperto da un aguzzino del campo che gli chiese un ritratto da mandare ai famigliari. Grazie a questa attività artistica, Carpi potè lavorare in un ambiente chiuso, relativamente caldo guadagnandosi anche qualche zuppa supplementare e altro cibo, che provvedeva a distribuire anche ad altri prigionieri.



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Enrico Zampetti
, dopo il ritorno alla vita normale, si dedica alla trascrizione del Diario e delle note compilate durante la prigionia nei campi nazisti, affinché l'eccezionale documentazione storica, umana e spirituale in essi racchiusa, possa essere oggetto di conoscenza da parte dell'opinione pubblica. La motivazione di questa scelta ce la dà lo stesso autore nella prefazione a "Fede e amore nel Lager", riportata anche nel volume "Lettera a Marisa". Scrive Enrico: "La rinnovata presa di coscienza di fatti e di sensazioni che il tempo, lungi dal porre in oblio, ha gravato di significati ancor più attuali e inquietanti, mi ha spinto a superare il riserbo che aveva fino ad oggi confinato quelle pagine nel chiuso di uno scatolone metallico. Non tanto per aggiungere l'ennesima testimonianza alle molte e ben più autorevoli che danno corpo alla storia dei seicentomila militari italiani internati in Germania, quanto per riproporre a me stesso, a mia moglie (la Marisa della lunga lettera) e a tutti coloro che furono coinvolti in quella vicenda, i valori che ci dettero allora la forza per contrastare con la umana dignità la degradazione del Lager e possono darci ancora oggi motivazioni ideali per affrontare le difficoltà dell'ora presente. Con la speranza che il ricordo di quel tormentato passato possa essere di qualche utilità anche ai giovani e ai giovanissimi, tra i quali mi è caro annoverare i miei figli e i miei nipotini, protagonisti di un futuro altrettanto carico di ansietà e di incognite".


Attraverso le parole della professoressa Rondena, siamo venuti a conoscenza di tante persone che si sono adoperate per salvare gli ebrei e che attualmente sono state riconosciute tra i Giusti.


La Letteratura ConcentrazionariaOdoardo Focherini, inserito tra i Giusti come tanti altri (Schindler, Perlasca, ecc...) lottò contro il nazifascismo e s'impegnò in particolare nella salvezza degli ebrei. Questa sua battaglia cominciò già nel 1940-'41. Aveva soccorso, infatti, un gruppo di ebrei polacchi sfuggiti alla persecuzione nazista, giunti in Italia travestiti da soldati italiani i maschi, da infermiere le donne, a bordo di convogli della Croce Rossa Italiana. Si adoperò per trovare loro rifugio presso case religiose, avere documenti falsi, ottenere salvacondotti per raggiungere la Svizzera.
E' dopo l'armistizio che l'azione di Focherini si fece sempre più intensa ed efficace per la salvezza degli ebrei. Questa volta toccò agli ebrei italiani: cominciò, assieme a don Dante Sala, a prestare soccorso agli ebrei residenti nella zona di Carpi e Bologna, estendendo poi il suo raggio d'azione per buona parte dell'Italia settentrionale.


Lorenzo Perrone che prestò aiuto a Primo Levi, nel 1998 è stato riconosciuto da Yad Vashem come Giusto fra le Nazioni. Il suo è il dossier 3712.
La Letteratura Concentrazionaria"Era l'estate del 1944 e da pochi mesi era arrivato ad Auschwitz un giovane italiano: Primo Levi. Alcuni prigionieri, che stavano nella sua stessa camerata, mi dissero che era torinese, laureato in chimica e anche lui deportato qui. Stavo lavorando duramente, sotto il sole, a raccogliere patate, quando sentii parlare con accento piemontese. Si trattava di lavoratori civili italiani mandati a Monowitz dalla ditta Boetti per realizzare opere di muratura. Tra questi c'era un operaio più attento degli altri, si chiamava Lorenzo Perrone. Era conosciuto da tutti per la sua straordinaria umanità e la grande sensibilità che aveva sempre dimostrato per i più deboli e non mancava mai di offrire ciò che aveva agli altri. Quando Lorenzo incontrò Primo Levi, fu amicizia a prima vista: il muratore si prese subito a cuore la sua situazione, lo mise al corrente della terribile condizione dei deportati e cercò di aiutarlo come meglio poté".
Da quel momento fino al dicembre 1944, Lorenzo rubò del cibo dalla cucina per sfamare il suo giovane e debole amico, gli procurò una veste multicolore che Primo indossava sotto l'abbigliamento del campo per aumentare la protezione dal freddo, spedì per suo conto anche una cartolina alla madre.

Per molti la guerra non finisce il 25 aprile, né l'8 maggio 1945.

Per i prigionieri, per esempio, ci vorranno ancora settimane o mesi per rientrare a casa e riavviare una vita in tempo di pace, come ha raccontato Giuseppe Zaggia, nel suo diario "Un ricordo dell'8 settembre 1943". Quello stesso mese fu arrestato a Mestre, quindi internato prima in Polonia e poi in Germania per aver rifiutato di aderire alla Repubblica sociale fascista e di servire il Reich nazista. Alla fine dell'aprile 1945, cominciano a circolare nel campo notizie dall'Italia: "grande ansia, e entusiasmo. Si muore ancora; in Germania la guerra prosegue; prigionieri trasferiti da un campo all'altro; gesti di guerra: torture e qualche prova di solidarietà".

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"Il male è come un fungo che devasta tutto, è estremo ma non profondo; non è radicale, sfida il pensiero, cerca di andare alle radici ma non ci riesce. Solo il bene è profondo ed è radicale".
Tratto dal libro "La banalità del male" di Hannah Arendt, filosofa ebrea tedesca, autrice anche del saggio "Le origini del totalitarismo".


Il filosofo Theodor W. Adorno nel 1949 affermava che: «scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie».
Evidentemente, con questa affermazione contro-versa, Adorno non intendeva enunciare un giudizio sul futuro della poesia come genere letterario, ma esprimeva piuttosto un serio dubbio rispetto alla capacità dello stesso pensiero critico di misurarsi con lo sterminio, e soprattutto la sua intenzione, molto probabilmente, era quella di mettere in guardia affinché il crimine perpetrato ad Auschwitz non si ripetesse nel tentativo dei posteri di appropriarsi del passato, mettendolo in scena con parole e immagini degenerando in "vuoto chiacchiericcio".

Tutto ciò non l'avremmo saputo se non ci fossero pervenute le testimonianze di chi ha vissuto tanta crudeltà attraverso la letteratura concentrazionaria.

Dopo questa conferenza abbiamo capito l'importanza di leggere libri su questo tema.
Anche la nostra biblioteca è fornita di tanti testi sulla Shoah, disponibili al prestito. Tra i tanti titoli presenti possiamo citare: "Diario di Gusen", "Il bambino con il pigiama a righe", "La notte", "Un sacchetto di biglie", "Corri, ragazzo corri", "L'amico ritrovato", "Se questo è un uomo", "Un'isola in via Delle Rondini", "La parola ebreo", "Quando Hitler rubò il coniglio rosa", "I ragazzi di Villa Emma", "Arrivederci ragazzi", "I ragazzi delle barricate", "Storia degli ebrei in Italia", "Anna Frank"e tanti altri, anche in più copie.

Al termine dell'evento, siamo usciti dall'aula con la voglia di conoscere sempre più la terribile piaga della Shoah e tutti noi studenti non abbiamo intenzione di dimenticare.


Gli alunni di 3^E

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Ultimo aggiornamento Martedì 02 Aprile 2019 21:51